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Earth Lights, fenomeno delle

Da WikiUFO.

Il fenomeno delle Earth Lights richiede in modo speciale un tentativo di definizione delle sue caratteristiche. In questa pagina esso sarà inquadrate e vagliato alla luce di ipotesi e teorie genericamente riconducibili alle “scienze della terra”, in specie alla geofisica.


Indice

Definizione e caratteristiche generali

Come per gli altri fenomeni non riconosciuti dalla scienza normale anche per le Earth Lights sono possibili soltanto definizioni di massima.

La definizione qui offerta interseca due piani differenti:

- quello fenomenologico (ossia legato alle caratteristiche descrittive di quanto osservato);
- quello degli approcci usati (ossia delle discipline scientifiche nel cui ambito si formulano ipotesi su di esse).

Almeno dalla metà del XVII secolo, in parti del mondo lontane l’una dall’altra ed in contesti culturali assai diversi, sp
L’esperienza delle “luci fantasma” del XIX secolo in un’interpretazione del pittore torinese Giorgio Giorgi (2006)
L’esperienza delle “luci fantasma” del XIX secolo in un’interpretazione del pittore torinese Giorgio Giorgi (2006)
esso secondo un ritmo “ad ondata”, sono riferiti avvistamenti di fenomeni in genere luminosi, spesso di forma sferica ma anche d’aspetto più insolito, che si muovono di solito a poca distanza dal terreno, in particolare sulle creste di colline e sulle pendici di monti, lungo fiumi o torrenti, intorno a campanili, edifici di culto o a cimiteri.

In buona parte dei casi, queste osservazioni sembrano ripetersi per periodi lunghissimi in specifiche località, magari in aree ristrettissime o intorno a costruzioni ben precise, tanto da essere state nel passato parte di una vasta rete di credenze folcloristiche imperniate su fantasmi o su spiriti malvagi. Il loro forte legame con il territorio ha fatto sì che spesso ogni singola “luce” sia chiamata con un appellativo specifico per ogni zona differente.

In genere raccolte per tradizione sotto il nome di “luci fantasma”, è importante sottolineare che le caratteristiche fenomenologiche delle Earth Lights sono spesso tali da renderle indistinguibili dalle manifestazioni che nel passato erano attribuite, nell’intento di razionalizzarle, al fenomeno dei fuochi fatui. D’altro canto, gli stessi fuochi fatui costituiscono tuttora, almeno in parte, un piccolo problema, almeno in relazione ai meccanismi che sono stati invocati come loro cause e le manifestazioni che invece spesso sono state loro attribuite.

Tali fenomeni, per un insieme di caratteri e per comodità sono stati raggruppati sotto il nome inglese di Earth Lights (“luci telluriche”, in sigla EL) accettando un’etichetta coniata agli inizi degli anni ’80 del XX secolo da uno dei più noti studiosi di questo problema, il gallese Paul Devereux.

Negli stessi anni, d’altro canto, lo sviluppo di un certo interesse per queste cose tra alcuni ufologi – in specie tra quelli britannici – portò alla creazione di altre etichette che però ebbero minore fortuna.

Nel 1982, ad e
Una cartolina postale dedicata alle manifestazioni di fuochi fatui in Bretagna.
Una cartolina postale dedicata alle manifestazioni di fuochi fatui in Bretagna.
sempio, Hilary Evans propose la sigla BOL (Balls of Light)[1] e tempo dopo diede vita ad un lavoro di raccolta di fonti sull’argomento di cui parlerò più avanti. Quasi all’unisono l’ufologa Jenny Randles replicò con una sigla più “seria” e che pur essendo uguale a quella proposta dall'ufologo G. Stilo sostituto di UFO, ossia UAP, per lei significava Unidentified Atmospheric Phenomena. Prima anche lei la considerò un’etichetta più accettabile di UFO per l’intera fenomenologia, però quasi subito, pur mantenendosi assai sul vago circa le cause di detti fenomeni (“un’energia indigena della nostra atmosfera”), ne parlò in termini per noi più ristretti e piuttosto simili a quelli che nel suo libro “Earthlights” Devereux aveva appena presentato ed il cui nome è qui impiegato.

 

Rapporto delle Earth Lights con l'ufologia

A partire dal 1975, dapprima in sordina e poi con una certa consistenza, una piccola minoranza di ufologi e soprattutto alcuni appartenenti alla comunità scientifica internazionale si sono volti all’analisi di questi fenomeni utilizzando in modo particolare concetti, strumenti ed ipotesi che in senso generale fanno riferimento alla geochimica, alla geofisica ed alla fisica atmosferica.

Rimanendo ancora sul vago, sono state abbozzati dei modelli secondo i quali queste manifestazioni costituirebbero la parte per noi più evidente di dinamiche naturali più vaste, dinamiche tuttora poco conosciute o addirittura del tutto ignote.

Nonostante tutto ciò, occorre riconoscere un fatto curioso: non solo, come per l’intero problema degli UFO, anche per le Earth Lights, l’attenzione da parte della comunità scientifica rimane minima, ma addirittura una parte importante degli studiosi seri di ufologia è dubbiosa sul fatto che esse costituiscano una parte legittima del problema.

Un esempio illustre è rappresentato dall’americano Jerome Clark, che infatti – chiamandole col nome tradizionale di “luci fantasma” – non se ne occupa nella sua enciclopedia in due volumi del 1998, ma ne discute a lungo in opere di orientamento fortiano, criticando peraltro in modo vigoroso quelli come il neurofisiologo canadese Michael Persinger o lo stesso Devereux, che dell’approccio delle Earth Lights sono i più noti propugnatori.

Secondo quanto proposto, invece, le EL potrebbero essere l’indizio dell’esistenza di fenomeni fisici forse anche del tutto sconosciuti al corpus delle attuali conoscenze scientifiche. E sebbene occorra procedere con estrema prudenza, al momento nessuno è in grado di prevedere sino in fondo se questi fenomeni, una volta che ne fosse accertata come indiscutibile l’esistenza, possano comportare solo dei piccoli aggiustamenti specialistici di quanto sappiamo del pianeta che ci ospita oppure delle vere e proprie novità per la fisica fondamentale.

In altri termini, qui si sostiene trattarsi di fenomeni aerei non identificati, proprio come sarebbero gli UFO “tradizionali”.

E’ plausibile che le resistenze da parte degli ufologi ad occuparsi di queste cose derivino in una certa misura da un complesso, stratificato sistema sedimentatosi negli scorsi decenni. Esse potrebbero indurre a pensare che la disciplina ufologica corra il rischio di diventare essa stessa un “sistema”, con l’aggravante di un senso di autosufficienza nei confronti di cose importanti per i nostri studi che si scrivono e si discutono nel mondo scientifico.


Esiste poi fra gli ufologi una serie di veri e propri pregiudizi nei confronti di questa parte dell’universo del fenomeno. Si tratta di pregiudizi che trovano la loro spiegazione in parecchie circostanze storiche, ma che oggi con difficoltà potrebbero essere addotte a giustificazione per una resistenza ad oltranza nei confronti della richiesta di maggiore attenzione per queste cose.


  • Il primo di questi pregiudizi è quello che si può riassumere nell’affermazione secondo la quale “le osservazioni UFO sono eventi casuali”, affermazione che ha per conseguenza il grande sospetto con il quale si guarda alle segnalazioni ripetute da una stessa località, per il timore che esse possano giungere da repeaters troppo affezionati ai dischi volanti oppure perché si teme che mascherino l’attivismo estremo di gruppi di appassionati locali. In realtà, l’evidenza documentaria mostra che le EL continuano ad essere osservate in molte parti del mondo in modo indipendente dalla presenza di specifiche persone o di gruppi ufologici, molte volte da tempi assai lontani dall’era ufologica apertasi nel 1947. Non va dimenticato inoltre che, sebbene occorra molta prudenza, i proponenti dell’esistenza delle EL in genere non esitano ad ipotizzare che pure alcune osservazioni “isolate” di UFO possano essere dovute alle stesse cause delle luci “ricorrenti” e localizzate.
  • Il secondo pregiudizio è ben espresso nell’idea secondo la quale “le rilevazioni strumentali sono inattendibili”, idea che porta con sé la convinzione secondo la quale un approccio corretto allo studio degli UFO sarebbe possibile solo attraverso l’analisi di resoconti relativi a delle testimonianze visive raccolta a posteriori dall’inquirente. L’inquirente, da questo punto di vista, è considerato in modo rigido un “soggetto terzo” rispetto all’osservatore. E’ quanto si propone di chiamare “dogma dell’osservatore”. Eppure, dovrebbero essere facili da spiegare i motivi per i quali registrazioni sistematiche, organizzate, raccolte con strumentazioni e metodi di ogni genere direttamente da studiosi accorti e con formazione scientifica siano superiori, sul piano qualitativo, alle osservazioni casuali fatte da testimoni più o meno impreparati.
  • Un terzo pregiudizio è quello di coloro che sostengono che “le semplici luci sono assai meno interessanti degli incontri ravvicinati più complessi”. Questo preconcetto deve essere analizzato in modo più attento di quanto non si pensi. In primo luogo, nella maggiore attenzione per i casi più “interessanti” mostrata persino da coloro che sono più distanti da certe credenze si potrebbe scorgere con malizia un residuo della mentalità dei credenti negli extraterrestri. Gli incontri ravvicinati – in specie se del terzo tipo – sono stati visti spesso come chiave per risolvere il problema degli UFO non solo per il loro contenuto fenomenologico, ma perché dotati di una carica emotiva elevatissima, quasi come se si trattasse del culmine di un percorso esistenziale. Non solo: occorre rilevare che il pregiudizio nei confronti delle “luci” a volte nasce pure da una non perfetta conoscenza delle caratteristiche di questi eventi, che viste appena un po’ più da vicino pongono sfide interpretative a volte nient’affatto inferiori a quelle degli incontri ravvicinati con quelli che sembrano corpi strutturati o addirittura con entità animate. Infine, nella mentalità ufologica s’intravedono delle difficoltà a superare il mero dato descrittivo proveniente dai testimoni ed a fare uno sforzo per ragionare sul fatto che, qualsiasi ne sia la causa, le manifestazioni luminose sono in genere soltanto l’epifenomeno di emissioni energetiche assai più ampie, che non coinvolgono certo soltanto lo spettro del visibile. Come tali, esse richiedono l’impiego di strumentazioni di vario genere, non solo nel campo dell’ottica.


Buone risposte a queste ed altre obiezioni potranno essere possibili soltanto se i pochi studiosi che si occupano delle EL non aderiranno a versioni estremiste di esse. Non bisogna in alcun modo pensare che le Earth Lights possano costituire la chiave per risolvere l’intero problema degli UFO, né che le rilevazioni strumentali di fenomeni di questo tipo possano dare risposte ad osservazioni – ad esempio – degli incontri fra UFO ed aerei in volo, o delle osservazioni a breve distanza, alla luce del giorno, di corpi dall’aspetto in apparenza solido, con dettagli strutturali, e così via.

L’approccio multicausale agli UFO è un fatto che va di pari passo con l’interesse per le EL e per cose simili.

Bisogna tuttiavia riconoscere che tentazioni di trasformare i modelli interpretativi delle “luci” in ciò che gli americani chiamano grand theories ci sono. Molti fra i tantissimi saggi di Michael Persinger riguardano le basi neurofisiologiche della credenza negli dèi, le abductions, le esperienze psichiche ad alta stranezza, sino alle presunte relazioni statistiche fra intensificazione del campo geomagnetico ed aumento degli incidenti aerei dovuti ad errori umani.


Rapporti fra le EL ed altri fenomeni

Non vi sono evidenze significative che fenomeni come quelli menzionati da Persinger siano spiegabili con l’attività di una faglia tellurica o con l’interazione tra vento solare ed atmosfera. Ma tutto ciò non è per niente necessario per rendere interessanti questi fenomeni e la loro analisi scientifica.

Per cogliere questo interesse occorre anche aver presente che pare esistere una notevole difficoltà a stabilire dei confini tra alcune categorie fenomeniche.

Esistono descrizioni di “luci sismiche” del tutto indistinguibili dai fulmini globulari, così come in letteratura scientifica ci sono descrizione di fenomeni luminosi fulmini globulari che per dimensioni, aspetto e durata non stonerebbero negli elenchi della casistica UFO. Quanto si vede in molti casi di Earth Lights, invece, sembra essere legato a manifestazioni di elettricità atmosferica ed ancora, i fuochi fatui del passato, per tradizione spiegati come modeste esalazioni gassose, si riferiscono spesso ad eventi davvero troppo insoliti per poter accettare definizioni del genere.

Insomma, dovrebbe essere più esplorata la possibilità che fra varie categorie fenomeniche cui sono state date etichette diverse e che sono più o meno assegnati ad ambiti diversi esistano meccanismi fisici comuni.

In particolare, la “distanza” tra i fulmini globulari ed almeno parte delle “luci” di cui qui si discute potrebbe non essere così grande come la maggior parte degli studiosi in genere ritiene.

Ad esempio, un fisico norvegese dell’Università di Trondheim, Tore Wessel-Berg, ha pubblicato un saggio – uscito nel 2004[2] – in cui presenta un modello teorico che propone un’origine comune per i fulmini globulari e fenomeni luminosi di vario genere (comprese le luci di Hessdalen ed anche una certa quantità di altri fenomeni aerei non identificati).

Le forme luminose per Wessel-Berg sarebbero il prodotto finale di un processo elettromagnetico che convertirebbe l’energia elettrica presente fra le nubi in una forma concentrata racchiusa in un circuito con al centro un intenso campo elettrico che farebbe ionizzare le molecole gassose producendo infine le luminosità.

Si tratta di una teoria che prevede la formazione dei fulmini globulari e simili nei pressi del suolo e di altri oggetti in grado di interagire a quote più alte con i campi elettrici delle nubi cariche spostandosi ad altissime velocità ed effettuando ogni tipo di movimento, compresi improvvisi cambi di direzione.

Allo stesso modo, di grande interesse sembra essere il possibile rapporto fra le EL e le cosiddette “luci sismiche” (EQL, earthquake lights), ossia con quei fenomeni aerei insoliti associati ai terremoti la cui crescente accettazione da parte della comunità scientifica è testimoniata dall’elevato numero di pubblicazioni al riguardo degli ultimi anni e dalla raccolta di testimonianza sempre più sistematiche e dettagliate.

Un esempio concreto della significatività del fenomeno delle EQL per i nostri argomenti può essere rivenuto nei fatti verificatisi nella regione di Saguenay, nel Quebec, fra il 1° novembre 1988 ed il 21 gennaio 1989[3]

Grazie agli studi condotti in specie dai geofisici Marcel Ouellet e France St.-Laurent fu possibile raccogliere ben 52 testimonianze significative la cui frequenza era concentrata intorno alle scosse principali ed entro un raggio di 35 chilometri dagli epicentri.

Non solo i due studiosi avanzarono delle teorie relative ad un possibile legame tra le “luci” e meccanismi come quelli del fenomeno di fisica atmosferica noto come scarica a corona (e più conosciuto come fuochi di Sant’Elmo), ma fecero notare forse per la prima volta in modo rigoroso come le EQL potevano verificarsi anche in presenza di scosse sismiche di magnitudo relativamente modesta (la più intensa dello sciame fu pari a 4,8 gradi sulla scala Richter).

Come in altre occasioni, l’aspetto dei fenomeni visti poteva essere raggruppato in una piccola serie di categorie. C’erano delle luci scintillanti, delle luci istantanee e diffuse, simili ai lampi di calore che a volte rischiarano il cielo estivo, delle strisce luminose simili alle aurore boreali, delle rare “lingue di fuoco” viste uscire dal terreno ma anche – si badi bene – un gruppo non trascurabile di avvistamenti di “palle di fuoco” stimate anche in vari metri di diametro, spesso viste uscire dal suolo in serie. C’era anche chi parlava di “sfere immobili” nel cielo o di palline di piccole dimensioni viste come “gocciolare” da una sfera di dimensioni più grandi per poi sparire verso il basso.

Sono tutte caratteristiche ricorrenti nelle Earth Lights, ma che rendono cose di questo genere, sotto il profilo fenomenologico, difficilmente discernibili da certi fulmini globulari, dalle classiche “luci fantasma” o dai fuochi fatui.

Esempio di EL italiana

Per un esempio significativo e ben documentato di un caso di EL si deve fare riferimento ad una lunga serie di fenomeni che si ebbe nel paese di Berbenno di Valtellina, che si trova a circa undici chilometri dalla città di Sondrio, poco a sud del confine con le Alpi svizzere[4].

Almeno dal 1877 al 1920 (ma le date di inizio e fine dei fenomeni sono del tutto incerte), alcune frazioni di questo comune (comunque in un perimetro forse non superiore ad alcuni chilometri quadrati) sarebbero state interessate da un’eccezionale serie di fenomeni luminosi che si verificavano in genere vicinissimo al suolo, dall’aspetto piuttosto vario e che spesso furono osservate anche a distanze assai ridotte da moltissime persone inclusi preti, carabinieri, militari della Guardia di Finanza, insegnanti e da membri di tutte le categorie sociali del posto.

Gran parte delle notizie più importanti furono pubblicate, a partire dal febbraio del 1896, in un periodico di metapsichica italiano intitolato “Rivista di Studi Psichici”, nonché nella rivista ’”Archivio di Psichiatria, Scienze Penali e Antropologia Criminale” diretta dallo psichiatra ed antropologo criminale Cesare Lombroso, negli “Atti della Pontificia Accademia dei Nuovi Lincei” oltre che in quotidiani e bollettini naturalistici.

La qualità delle informazioni è senz’altro elevata, ed è proprio per questo che è possibile oggi parlare con una qualche fiducia della sorprendente “stranezza” degli eventi riferiti.

Se ne sappiamo tanto, lo dobbiamo in prima istanza a tre personaggi. Un pittore milanese che si chiamava Giuseppe Galimberti, che per primo pubblicò una relazione sui fatti di Berbenno e che poi fornirà una messe ricchissima di particolari, il già citato antropologo Cesare Lombroso, che si occupò di Berbenno e di fatti consimili, ma soprattutto monsignor Carlo Fabani (1858-1906), un sacerdote nativo di Morbegno (paese della provincia di Sondrio nei pressi del luogo delle manifestazioni della EL) , naturalista e membro di parecchie società scientifiche. Parroco della vicina parrocchia di Valle di Morbegno, studierà per alcuni anni “sul campo” i fatti di Berbenno.

L’interesse per questi episodi, per quanto è dato sapere, si manifestò dapprima – e proseguì a lungo – fra gli studiosi di metapsichica di orientamento psicodinamico (non spiritistico, cioè), ma coinvolse pure diversi cultori di scienze naturali (geologi, chimici) e giornalist

Lascia davvero stupiti la constatazione che una storia tanto ricca di episodi strani e che godette di vasta copertura sulla stampa colta non sia stata fina a poco tempo fa riscoperta in tutta la sua portata dagli storici dell’ufologia.

Si pensi che fatti come quelli cui si farà cenno si sarebbero protratti per almeno quarant’anni

Teatri privilegiati delle manifestazioni di quella che inizialmente è definita dalle fonti “la fiammella” sarebbero stati campi e vigneti prospicienti la casa parrocchiale di Berbenno. A volte ne sarebbe stata visibile una sola, altre sino a sei. In realtà la “fiammella” avrebbe avuto spesso forma rotonda “quale sarebbe un uomo incurvando le braccia in forma di disco”. Le sfere a volte si rincorrevano, si univano e si separavano, andavano controvento, comparivano in punti assai distanti fra loro, rimanevano visibili per ore e avevano colori diversi.

Sembra si manifestassero in tutte le stagioni. Appostamenti per sorprendere eventuali trucchi sembra fossero fatti da Carabinieri e Guardie di Finanza, sempre con esito negativo.

A quanto pare, all’inizio, nell’autunno del 1895, Giuseppe Galimberti ebbe le prime informazioni di rilievo da don Paolo Tirinzoni, arciprete di Berbenno, che visse fino al 1914 e che fu a Berbenno dal 1877. Quest’uomo avrebbe osservato i fenomeni da casa sua un numero elevatissimo di volte e con modalità assai diverse. Sarebbe di sommo interesse capire se egli lasciò in merito qualche annotazione scritta, magari nei registri parrocchiali.

Per molti versi la presentazione di testimonianze che Galimberti fece nella “Rivista di Studi Psichici” di marzo ed aprile del 1897 costituisce il “vertice” qualitativo di tutte le fonti che si è finora potuto esaminare.

Si tratta di ben sedici resoconti diversi fra i quali, se si vuol ritenere che essi costituiscano un quadro attendibile di quanto riferito dai testimoni, figurano parecchi esempi di una fenomenologia con buon “coefficiente di stranezza”, almeno tale da far dubitare assai di una spiegazione in termini di “fuochi fatui” nell’accezione più comune dell’espressione (ossia come emissioni di gas naturali dal terreno che s’incendiano e vagano a poca distanza dal suolo).

Un “globo rosso infocato del diametro di cinquanta centimetri”; strisce luminose azzurrine che si muovono a scatti; tre globi azzurri distanti fra loro un metro distanti solo venti metri dagli osservatori; una “piramide luminosa grossa come un mandarino”; addirittura una “piramide di color rosso cupo alta un metro” che per due ore si muove in varie direzioni e che si avvicina anche stavolta sino a venti metri dai testimoni; un cilindro bianco con la base di sessanta centimetri e base di un metro sopra cui si forma un cono luminoso a strisce multicolore e con l’apice in basso, poi sostituito da un cono di forse otto metri di lunghezza determinato da un insieme di tante strisce luminose rosse e d’altri colori e tanto intense da rischiarare benissimo tutt’intorno; una “nube luminosa dai contorni sfumati simile ad un ammasso di cotone, alta un metro e larga due di colore bianco pallido che si muove in un vigneto a pochi metri da un teste e che è seguita, dopo la sparizione, da “nubi” simili sempre accompagnate da “una specie di lamento”.

Lampi di luce dai vari colori – come a Hessdalen – sono visti illuminare tutta la valle mentre su una montagna si vede “un’ampia fiamma”. Un “razzo” azzurro si alza velocissimo dal suolo sino a venti metri d’altezza lasciando scintille e spegnendosi all’istante, e così via.

Di particolare interesse appare la testimonianza che a Galimberti rilasciarono un certo Pietro Candiani ed il calzolaio di Berbenno che, mentre si trovavano nel piazzale della chiesa, videro una “vivida fiammella” comparire a dieci metri da loro ed a sei dal suolo. Gli parve che la “fiamma” fosse “protetta da qualche cosa di tondo e di nero, che doveva esser stata la causa per la quale essa proiettava la luce soltanto verso la chiesa illuminandola molto bene”. Si spostò secondo alcune fasi e poi fu sostituita da altre due del diametro di cinquanta centimetri. Il fenomeno sarebbe durato almeno due ore e si sarebbe ripetuto otto sere dopo. Dalla “solita luce bianca” partivano “piccole vampe luminose, come quella prodotte dall’accensione della polvere pirica”.

Come si possono non ritenere “ufologiche” – qualsiasi senso si voglia attribuire a questo termine - descrizioni di fenomeni di un simile tipo?

E’ vero che i fatti di Berbenno rappresentano un esempio particolarmente “bello” di Earth Lights e che si potrebbe pensare che si trascuri magari il fatto che le altre storie del genere si riferiscono a piccole fiammelle o ad esalazioni di nubi gassose dalle paludi, e comunque ad eventi con un contenuto descrittivo non comparabile alla complessità di ciò che invece gli ufologi non hanno difficoltà a mettere al centro delle loro attenzioni.


Precedenti di studio nella storia ufologica

All'obiezione che chiude la precedente sezione si potrebbe provare a rispondere che sarebbe bene ascoltare ciò che, ad esempio, i testimoni brasiliani raccontano almeno dal 1935 (secondo altre fonti addirittura dalla seconda metà del XIX secolo) circa le caratteristiche della cosiddetta Mae de Ouro, la “madre dorata”, un fenomeno luminoso osservabile nella zona di Iporanga, nello stato di San Paolo. Oppure quanto gli osservatori della lucea fantasma inglese del South Warwickshire raccontavano nel 1923-24, o anche le osservazioni delle luci sull’isola di Santa Catarina, al largo di Florianopolis, sulla costa brasiliana, o parte delle testimonianze sugli stessi fenomeni di Hessdalen, e così via.

Anche nell’ambito della storiografia ufologica si potrebbero portare parecchi esempi. Forse non tutti hanno riflettuto sul fatto che già nei primi anni della fase contemporanea della storia dei fenomeni aerei non identificati (ossia nell’era dei dischi volanti), alla fine degli anni ’40 del secolo scorso, non mancarono tentativi di sorveglianza sistematica e di rilevazione strumentale di una zona in cui sembrava fosse possibile osservare una classe speciale di fenomeni.

Il riferimento è al Project Twinkle, il breve studio delle cosiddette green fireballs, le presunte “meteore anomale” che furono viste in un gran numero fra il 1948 ed il ’51 in specie nel Nuovo Messico e nel Texas, condotto dall’aeronautica militare statunitense[5]

Fra l’aprile 1950 ed il marzo 1951 i militari americani della Divisione di Ricerca Geofisica dell’USAF ed una ditta di rilevazioni geologiche di Alamogordo, la “Land-Air”, gestirono una piccola rete di strumenti per la triangolazione, di macchine fotografiche con reticoli a diffrazione per l’analisi spettrale, di apparecchiature per l’analisi degli spettri elettromagnetici e di fototeodoliti.

Il 27 aprile 1950, tre fototeodoliti ripresero e triangolarono in pieno giorno quattro corpi volanti non identificati, misurandone quota, posizione e dimensioni. Lo stesso avvenne il 24 maggio successivo. Le pellicole con le immagini, però, sembrano essere andate perse.

I presupposti su cui si basò questo tentativo in sostanza sono in parte simili a quelli che oggi vorrebbero ispirare possibili indagini strumentali sulle EL: elevata localizzazione nello spazio di osservazioni dettagliate di fenomeni non identificati; loro ripetizione nel tempo; sufficiente coerenza nelle descrizioni fenomenologiche, che in larga misura paiono riferirsi allo stesso “tipo” di eventi

Però, al contrario che per cose quali le green fireballs, le EL paiono essere spesso terrain related nel senso letterale del termine, ossia verificarsi a distanze ridotte o ridottissime dal suolo o da manufatti di varia specie. E’ una caratteristica pressoché costante nella plurisecolare tradizione delle “luci fantasma”.

Non andrebbe poi trascurato che negli anni in cui gli approcci di cui qui si parla erano ancora agli inizi, ossia negli anni ’70 del secolo scorso, c’era stato un interessante – anche se approssimativo – tentativo d’indagine sperimentale.
Il fisico americano Harley Dean Rutledge durante le sue campagne di rilevazione di presunti UFO svolte nel Missouri negli anni ’70 del secolo scorso.
Il fisico americano Harley Dean Rutledge durante le sue campagne di rilevazione di presunti UFO svolte nel Missouri negli anni ’70 del secolo scorso.

Quando nel febbraio 1973 una gran quantità di luci cominciò ad essere vista presso la città di Piedmont, nel Missouri, il capo del dipartimento di fisica della Southeast Missouri State University, il dr. Harley D. Rutledge, avviò una serie di osservazioni che lo condussero alla fine a rilevare con varie strumentazioni (analizzatori di spettro, galvanometri, telescopi, ecc.) o con macchine fotografiche 178 “oggetti anomali” che riuscì anche a triangolare, escludendo per essi moltissime possibili cause convenzionali.

Si ebbero anche rilevazioni radar e disturbi nelle radiocomunicazioni nella gamma VHF. Rutledge riporterà in dettaglio l’esito delle sue indagini in un libro del 1981, “Project Identification”. In esso spiegherà addirittura che in almeno trentadue episodi sembrava esserci stata una significativa coincidenza fra le azioni degli osservatori ed il comportamento dei fenomeni.

Al lavoro di Rutledge[6] sono state avanzate critiche metodologiche e fattuali, ma in realtà esso ha ricevuto ben poca attenzione da parte degli ufologi, in specie di quelli europei, con qualche eccezione critica in Inghilterra e più benevolente da parte del fisico tedesco Illobrand von Ludwiger.

Sempre negli anni ’70 un altro gruppo di appassionati di fenomeni anomali americani denominato “Vestigia” e basato nel New Jersey effettuava diversi studi sul campo in quello stato, osservando, fotografando e misurando con varie strumentazioni più volte un piccolo globo di luce che all’interno pareva contenere un nucleo simile ad un proiettile.

Quando la EL di Washington Township scompariva all’improvviso, più volte furono registrati forti aumenti nelle letture di un contatore Geiger e cambi nella resistività di alcuni binari ferroviari su cui a volte il fenomeno si poggiava. Altri casi di EL furono studiati dal “Vestigia” nel Maryland.
Come accennato in precedenza, un ruolo di catalizzatore dell’interesse va riconosciuto allo studioso inglese Hilary Evans, che fra il 1986 ed il 1992 circa diede vita ad una piccola rete informale di appassionati di vari paesi che raccoglievano fonti – soprattutto da letteratura scientifica e comunque “colta” – facendoli poi circolare sotto l’etichetta di Project BOLIDE (Balls Of Light International Data Exchange). Si trattò di uno dei primi sistemi per capire la vastità del problema ed anche la scarsa conoscenza da parte degli ufologi delle fonti relative.

Dalla cessazione del BOLIDE sorse, nell’ambito dell’associazione inglese BUFORA, il Project BOLREC, volto ad organizzare dati e fonti su quelle che loro chiamavano BOL.

Fu realizzata una base dati informatica organizzata per argomenti e per fonti, mentre gli “eventi BOL” erano ordinati su base geografica e secondo delle parole chiave che davano gli estremi del fatto.

Anche se soltanto in maniera ideale, queste iniziative inglesi presentano parecchie analogie con le idee che almeno all’inizio hanno spinto l’ufologo Giuseppe Stilo a creare una bibliografia generale sulle EL e a progettare base di dati ELIA.

Forse uno dei primi tentativi di attuare uno studio di questi fenomeni sulla base del concetto di Earth Lights fu il cosiddetto Project Pennine inglese.

I Pennini costituiscono la modesta catena di alture che corre lungo la dorsale dell’Inghilterra settentrionale, quasi come una spina dorsale della Gran Bretagna.

Già nel 1983, con il suo libro “The Pennine UFO Mistery” l’ufologa Jenny Randles aveva raccolto una lunga serie di dati relativi al presunto manifestarsi, soprattutto nella parte centro-meridionale della catena, di una serie di fenomeni aerei luminosi e comunque di esperienze UFO di ogni genere.

Fu dall’incrociarsi dell’entusiasmo della Randles per gli approcci genericamente “geologici” al fenomeno con le idee di Persinger e di Devereux che nel 1986 un gruppetto di inquirenti attivi, animati dall’ufologo Dave Clarke diedero vita al Project Pennine.

Suo scopo era quello di raccogliere ed ordinare dati sulle osservazioni dei fenomeni luminosi e creare un catalogo su di esse. Fu creato anche un database con oltre mille voci. Tutto sarebbe stato messo a disposizione anche della comunità scientifica, in specie degli studiosi di geofisica. C’era anche l’intenzione di intraprendere attività di skywatching (osservazione sistematica del cielo) o di monitoraggio di particolari punti selezionati.

Il Progetto intendeva presentare il suo rapporto a diverse università nella speranza di suscitare un’azione di monitoraggio costante (ad esempio con sismografi) sulla scia di quanto il Progetto Hessdalen aveva fatto specie nell’84 e nell’85.

Secondo Dave Clarke la maggior parte degli avvistamenti in zona, che si ripetevano da secoli erano del tipo BOL, molti avvenivano sempre nelle stesse località e spesso essi erano stati etichettati come “fantasmi”, “razzi di segnalazione”, “fari”, “torce”, “elicotteri fantasma” ecc.

Le luci dei monti Pennini sarebbero spesso associate alla presenza ravvicinata di cime rocciose, bacini idrici, linee elettriche e tralicci con apparati per telecomunicazioni.

In realtà il Project Pennine non decollò mai e si spense definitivamente intorno al 1994.

Probabilmente il limite di questa iniziativa consistette nel fatto che esso rimase legato ad una mentalità strettamente ufologica, nella speranza che la semplice presentazione di un’evidenza testimoniale protratta nel tempo potesse convincere la comunità scientifica ad interessarsi al problema, senza riflettere sul fatto che probabilmente ciò che occorreva era l’elaborazione di ipotesi precise ed operative sui possibili meccanismi generatori delle “luci” e dei conseguenti filoni di ricerca da intraprendere.

In tempi recenti lo stesso Clarke ha ammesso che il Project Pennine non fu mai qualcosa di nemmeno paragonabile a quanto si faceva ad Hessdalen. Esso rimase una buona raccolta di folklore e di testimonianze locali e nient’altro, i cui incartamenti oggi riposano in archivio.

Malgrado un certo interesse dimostrato dalle università di Leeds e di Manchester non si giunse mai a niente di concreto. Questa insufficienza di strumenti concettuali da parte degli ufologi stride oggi forse anche più di allora con ciò che si continua ad accumulare.

Nel 2002 Jenny Randles ha pubblicato il libro “Supernatural Pennines” (edizioni Robert Hale, Londra) in larga misura dedicato a quella che lei definisce un’“area finestra”.

Interessante il fatto che, oltre a ricostruire la lunga serie storica di fenomeni luminosi e ad identificare dei precisi “punti caldi”, la Randles sostenga con dati statistici che la zona in questione avrebbe di gran lunga la più alta incidenza di osservazioni di fenomeni aerei non identificati dell’intera Gran Bretagna (incluse le osservazioni ravvicinate e con effetti sull’ambiente).

Servirebbe senz’altro uno studio serio della “finestra”, conclude Randles nel suo libro. La scrittrice considera i monti Pennini “una delle grandi opportunità perse” nello studio dei fenomeni aerei non identificati, che darebbe “la possibilità di essere attivi nel migliore dei modi possibili: un’opportunità che stiamo snobbando”.


Michael Persinger e la TST

Un ruolo fondamentale per lo sviluppo dell’approccio geofisico ai fenomeni aerei non identificati lo si deve ad un neuropsicologo canadese, Michael Persinger, che ha trascorso la sua carriera professionale alla Laurentian University di Sudbury, nell’Ontario.

Come si vedrà, le teorie di Persinger, generalmente raccolte sotto la sigla di TST (Tectonic Strain Theory, teoria della tensione tettonica) sono una complessa, originale e discussa sintesi di neurofisiologia, psicologia degli stati alterati di coscienza, geofisica e metodi di statistica descrittiva ed inferenziale, che negli anni più recenti è approdata a vari tentativi di verifica di laboratorio di quanto previsto.

Nel 1977, nel suo libro “Space-Time Transients and Unusual Events”, scritto con Gyslaine Lafrenière[7] Persinger aveva statisticamente concluso che negli USA non solo le osservazioni UFO tendevano a raggrupparsi in certe aree, ma anzi che un ulteriore legame di esse con gli epicentri dei terremoti faceva pensare ad un’interazione fra attività solare e processi endogeologici, vero e proprio “motore” per questo tipo di eventi. Dette interazioni sarebbero state più intense in aree di particolare tensione tettonica anche in mancanza di rilascio violento come quello che si verifica durante i sismi.

In particolare, Persinger supponeva che si potesse teorizzare una forma di effetto piezoelettrico in grado di generare una “colonna elettromagnetica” ampia da alcune decine di centimetri sino a diverse centinaia di metri. I forti campi elettrici presenti, scorrendo lungo questa “colonna” in direzione variabile a secondo della loro carica avrebbero ionizzato l’aria causando la formazione degli UAP (Unidentified Aerial Phenomena), quelli che l’opinione popolare ha etichettato come “UFO”.

Su questa base, Persinger si è successivamente dedicato all’analisi di parecchi casi di zone ritenute ad alta incidenza di EL concentrandosi poi sui possibili effetti della prossimità fra queste emissioni energetiche, la mente e l’organismo umano.

Rendendosi conto dei limiti metodologici e teorici insiti nelle prime versioni della TST, nel tempo Persinger ha introdotto in essa nuovi meccanismi causali, affiancando alla piezoelettricità le emissioni di radon e di altri gas dai componenti di certi terreni e la chemioluminescenza. Un altro raffinamento metodologico ha riguardato la correlazione delle EL non più tanto con il numero degli epicentri sismici, ma piuttosto con l’intensità dell’attività tettonica.

Nel 1985 il neuropsicologo ha pubblicato un saggio in cui presentava alcuni indizi secondo i quali le variazioni del campo magnetico terrestre potevano essere associati alla comparsa di UFO soltanto in regioni nelle quali la tensione tettonica era in aumento [8]e nel 1990 si è spinto a sostenere che si poteva stabilire un legame fra i periodi di intensificazione dell’attività sismica globale e le ondate di segnalazioni di grande estensione.

Forse però un fatto ancora più importante della stessa formulazione di molte dei corollari della TST è stato l’avvicinamento a questi approcci di alcuni altri studiosi. Infatti, a partire dai primi anni ’80, John Derr, un eminente geologo statunitense che si era occupato a lungo delle EQL, le “luci sismiche”, insieme a Persinger si è occupato a lungo di un’interessantissima ondata di fenomeni luminosi che dalla fine degli anni ’60 e sino al 1986 interessò la riserva indiana di Yakima, nello stato di Washington[9]

Le analisi della casistica mostrarono dapprima che di solito i fenomeni si verificavano lungo le creste delle colline e presso una faglia. Il manifestarsi di uno sciame sismico nella zona proprio nel periodo in cui era sotto osservazione permise di raccogliere dati su ben ventuno di ciò che fu identificato come una serie di EQL.

Derr introdusse fra le variabili prese in considerazione il ruolo dei liquidi in movimento o comunque presenti nella crosta terrestre nei pressi delle aree ad alta incidenza di EL. Derr si occupò dei vari meccanismi attraverso i quali l’iniezione di liquidi nei terreni avrebbe potuto contribuire alle manifestazioni luminose. A suo avviso sarebbe stato l’aumento di peso dell’acqua e la nuova pressione su materiali già in tensione a contribuire allo scatenamento di esse. Anche la lubrificazione dei materiali geologici dovuta a questi fluidi faciliterebbe lo slittamento di uno strato sull’altro nei punti di faglia e dunque il meccanismo generatore delle luci stesse.

Un geologo ed ufologo canadese, Chris Rutkowski, è però diventato già in quegli anni uno dei critici più acuti della TST. La natura dell’energia prodotta dalle rocce sotto tensione non era chiara. Le emissioni radio registrate subito prima dei terremoti risultavano deboli e incostanti (anche se va detto che sul punto negli anni più recenti si sono fatti diversi passi avanti)[10]

Lo stesso Greg Long, l’ufologo che aveva più contribuito allo studio delle ondate della riserva di Yakima notava come anche per i geologi che ne sostenevano l’esistenza le EQL si dovrebbero generare in occasione di sismi di magnitudo notevole, mentre le EL di cui parlano Derr e Persinger sarebbero legate ad eventi energetici piuttosto deboli o addirittura debolissimi. La stessa scansione temporale fra accumulo progressivo di tensione, sua distribuzione negli strati del sottosuolo e generazione di eventi rilevabili come luci non appariva chiara.

Per cercare di rispondere a queste contraddizioni nel 1988 Long propose la localizzazione di una regione sismicamente inattiva e l’osservazione dell’assenza attesa delle EL (o di altri fenomeni aerei insoliti a tale categoria in qualche modo riconducibili). Ancora Rutkowski aveva fatto notare che non si capiva bene il mezzo attraverso il quale queste emissioni energetiche potrebbero superare grandi strati di roccia manifestandosi poi in superficie come EQL. Forse certi tipi di rocce potevano agire come “transistor naturali”, ma le difficoltà rimanevano.

Infine, non si può tacere come varie difficoltà per le teorie di Persinger siano insorte negli ultimi anni in seguito a dei tentativi fatti in ambito scientifico per replicare alcuni risultati oggetto di pubblicazioni che egli aveva fatto sulla rivista “Perceptual and Motor Skills”, che ha finora ospitato quasi tutti i suoi saggi.

Un gruppo di neuroscienziati svedesi coordinati da Pehr Granqvist, dell’Università di Uppsala, alla fine del 2004 hanno reso noti gli esiti di uno studio sperimentale su un certo numero di volontari con il quale si era cercato di verificare le ricerche analoghe fatte da Persinger grazie alla stimolazione indotta su alcune strutture cerebrali grazie ad un “casco” che emette campi magnetici.
I soggetti ingaggiati da Persinger riferivano una serie di allucinazioni che ad avviso dello scienziato canadese sostenevano in modo indiretto la sua TST.

Gli svedesi, invece, impiegando un gruppo di controllo erano arrivati alla conclusione che quelle esperienze probabilmente erano dovute non alla stimolazione attraverso il “casco”, ma alla deprivazione sensoriale ed all’accresciuta suggestionabilità che si accompagna agli esperimenti[11].

Ne è seguito un dibattito in cui Persinger ha cercato di mostrare come in realtà gli svedesi non avevano rispettato tutti i protocolli necessari a replicare le sue ricerche, ma la questione delle “visioni indotte dai campi magnetici di natura geofisica” sembra essersi piuttosto complicata.


Paul Devereux e le Earth Lights

Interessato ad un possibile legame tra fenomeni aerei non identificati e sismi sin dagli anni ’70, lo studioso gallese Paul Devereux nel 1975 fece la sua prima uscita importante nel 1975, facendo uscire con Andrew York lo studio in due parti Portrait of a Fault Area, in cui gli pareva che una serie plurisecolare di fenomeni atmosferici e anche di episodi fortiani nella contea del Leicestershire potesse essere legata alla presenza di aree attive dal punto di vista tettonico.

Devereux lavorò alle sue idee per tutta la seconda metà del decennio[12], ma fu solo nel 1982 che fece uscire un libro destinato a suscitare una svolta nella piccola storia dell’interesse per questi fenomeni. Si trattava appunto di “Earth Lights”[13].

Partendo dal tentativo di distaccarsi dalle tradizionali convinzioni extraterrestrialiste degli ufologi e grazie alla collaborazione con il geochimico Paul Mc Cartney, Devereux identificava una serie di ulteriori connessioni tra faglie, epicentri sismici e fenomeni aerei luminosi in varie parti della Gran Bretagna, ipotizzando però che gli incontri ravvicinati del terzo e del quarto tipo fossero qualcosa di diverso dalle “luci”, che erano in questo modo la vera fenomenologia al centro dell’attenzione dello studioso.

Fu merito di questo libro una piccola ondata di interesse da parte anche di pubblicazioni scientifiche o perlomeno colte per gli UFO.

Nel settembre 1983, sulle pagine della rivista inglese “New Scientist” Devereux, McCartney e Don Robins, specializzato nelle applicazioni della chimica all’archeologia fecero conoscere ad un pubblico di buon livello le loro teorie, ampliando peraltro i meccanismi possibili, complementari fra loro, dall’ormai tradizionale piezoelettricità alla triboluminescenza (le emissioni luminose prodotte dalle frizione tra materiali) ed alla termoluminescenza (la luce generata dall’innalzamento della temperatura).

In seguito, la testimonianza diretta di un fisico che nell’86 aveva visto e fotografato una sfera di luce sopra le cime degli alberi di una località californiana posta esattamente sopra un’importante faglia geologica, lo convinse ancora di più della bontà dell’ipotesi della triboluminescenza.

Nel 1989, nel suo libro “Earth Lights Revelation”, Paul Devereux presentò insieme al geochimico McCartney un’ampia analisi delle numerosissime osservazioni di fenomeni luminosi verificatesi in alcuni paesini del Galles nord-occidentale fra il 1904 ed il 1905, arrivando alla conclusione che la loro localizzazione era strettamente legata al percorso di una faglia geologica allora di recente individuazione e che vari sciami sismici avevano interessato la zona delle manifestazioni fra il 1892 ed il 1906[14].

Devereux presentava il proprio contributo agli sviluppi teorici che nel 1986 erano giunti dalla pubblicazioni dei risultati di alcuni esperimenti di laboratorio condotti da due geologi statunitensi, Brian Brady e Glen Rowell, che frammentando nuclei di graniti ricchi di quarzi in grado di generare effetti piezoelettrici e basalti (che invece sono del tutto privi di cristalli piezolettrici) dopo averli posti in vari gas, nell’aria e nell’acqua, osservando con spettroscopi collegati ad intensificatori di luminescenza gli spettri prodotti da alcune minuscole “luci” generate dalle fratture ne conclusero che il meccanismo responsabile era un’eccitazione esoelettronica dell’atmosfera dell’ambiente circostante le rocce e che non si trattava di plasmi. Come si potesse produrre tale eccitazione non era chiaro.

Si supponeva che i campi radio prodotti dalle frammentazioni potessero creare delle specie di “bottiglie” in cui le manifestazioni luminose erano “contenute”, in forma sferica o di altro genere, ma la questione è rimasta controversa.

Nel suo secondo libro, come detto, Devereux presentò una serie di tentativi condotti a Londra con Mc Cartney ed un altro geologo di frammentare le rocce producendo le luci. C’erano anche cinque foto. La loro conclusione era invece che si trattasse di plasmi.

Su “New Scientist” gli inglesi presero le distanze dall’ipotesi piezoelettrica, che sulla scia del primo Persinger anche loro avevano sostenuto ed inclinarono con decisione per la triboluminescenza. In sostanza, ed anche grazie ad altre ricerche sperimentali condotte nel 1984 all’Università del Sussex da un altro ricercatore, Devereux e compagni ritennero di poter concludere che il fenomeno era possibile anche in rocce non piezoelettriche e che non sarebbero necessarie forti pressioni per generare luci anche relativamente intense.

Per spiegare questi effetti Devereux e McCartney, dopo aver constatato che la maggior parte dei minerali sono vere e proprie riserve di elettroni allo stato libero, circa l’origine di questa ricchezza invitavano ad esaminare materiali mineralogicamente semplici come i quarzi con le tecniche della spettroscopia a risonanza dello spin elettronico (ESR). Tali materiali presentano spettri energetici caratteristici degli elettroni “intrappolati” nel reticolo. Quando la radiazione naturale espelle gli elettroni dalle orbite atomiche, essi riempiranno le “trappole” presenti nel sistema.

La popolazione elettronica potrà poi manifestarsi in varie forme – ad esempio come emissioni luminose – sulla base di meccanismi differenti.

Ci sono però anche altre cose da dire. Il geologo americano Brian Brady, l’iniziatore di tutto questo filone, aveva presentato ulteriori esperimenti da lui condotti che gli facevano scrivere che non era pensabile che le “luci” si producessero a distanze superiori ad alcuni metri dai punti di frattura.

E poi, è davvero pensabile che tutti questi esperimenti di laboratorio, cioè condotti su una microscala, possano prodursi in modo analogo su scala macroscopica, ossia in natura?

Intanto, nel corso degli anni ’80 il gruppo inglese di Devereux si era concentrato sui fenomeni luminosi che interessano le vette di varie regioni del mondo (in particolare alcune del Galles, constatati dallo stesso Devereux, dell’Inghilterra e il monte Athos, in Grecia), sottolineandone la natura geofisica di scariche elettriche fra terra e bassa atmosfera. Accentuò poi ulteriormente l’attenzione per un possibile legame fra le EL e i siti megalitici preistorici in Gran Bretagna, al punto che Devereux aveva avviato un “Project Dragon” per analizzare eventuali anomalie di ogni genere in queste località. In alcune occasioni sarebbero state registrate emissioni di ultrasuoni e peculiarità geomagnetiche.

Ha poi individuato una nuova, presunta relazione tra faglie geologiche e località nelle quali, nel 1977, nella zona gallese di Dyfed era stata riferita un’ondata di avvistamenti di UFO. L’84,4% di quei casi secondo i suoi studi si erano verificati in un raggio di soli 550 metri da una faglia superficiale.

Occorre ricordare che quando parla di “fenomeni luminosi” o di UFO, anche Devereux intende fare riferimento a quella supposta “fetta” di una “torta” rappresentata dall’insieme degli avvistamenti di “cose strane nel cielo” più “appetitosa” per la scienza, e che secondo lui sarebbe costituita dai complessi fenomeni naturali (o da interazioni tra energie geofisiche e psiche) di cui lui si occupa, e che invece per me potrebbe forse includere anche altre cose.

Nel suo già citato secondo libro, “Earth Lights Revelation”, il panorama delle EL presentato da Devereux da britannico che era nell’83, era ampliato a molte altre regioni del mondo, ed anche sulle cause dei fenomeni stessi, pur rimanendo l’intelaiatura generale delle energie geofisiche, lo studioso cominciava ad aprirsi a possibili interazioni con manifestazioni di fisica atmosferica.

C’era persino una descrizione di quella che sarebbe stata la “tipica” EL: mezzo metro di diametro, spesso bianca o arancione, nel caso delle luci bianche a volte un “nucleo” centrale rossastro. Viste da vicino, talora le EL sembrerebbero come “ribollire” di luce, quasi fossero formate da un groviglio di “vermetti” o di “stringhe” luminose. Vi sono anche casi in cui le EL emergono dal suolo e raramente si alzano fino a parecchie centinaia di metri, magari per ridiscendere al suolo e poi “decollare” ancora. Più spesso, però, pare che dopo la discesa “siedano” sul terreno sino alla scomparsa, o che si estinguano toccandolo.

L’identikit è molto dettagliato, ma occorrerà pure che si tenti di verificarne la reale corrispondenza quantitativa con i dati fino ad oggi disponibili, per evitare la sensazione che si tratti di un collage di dati poco ricorrenti e dai quali si ricostruisce un modello in realtà poco riscontrabile in concreto.

Devereux ricordava poi anche i casi in cui intere colline possono illuminarsi senza che vi sia una contemporanea osservazione di una vera e propria EL.

Nel 1990, sul “Journal of UFO Studies”, Devereux provò a rispondere alle articolate critiche mosse al suo approccio, differenziandolo in particolare dalla TST di Persinger e riaffermando che le “luci fantasma” (si dilungava sul celebre – e controverso – fenomeno luminoso texano di Marfa) sarebbero legittimamente da considerarsi parte della fenomenologia UFO.

In tempi più recenti Devereux ha attirato l’attenzione, fra le altre cose, sulla circostanza anche da me rilevata in varie occasioni, che nell’Europa pre-moderna spesso “palle di luce” emergenti dal suolo erano legate alla presenza di vene di rame o di altri minerali, e come prospezioni minerarie sulla base della presenza luminosa almeno in un caso si siano protratte in Inghilterra sino ai primi del XX secolo.
E’ da notare che ci sono almeno alcune curiose testimonianze da parte di speleologi che raccontano (anche in Italia) di aver visto fenomeni luminosi o vere e proprie “sfere” nelle cavità sotterranee da loro esplorate.

Fu invece in una fase più natura dei suoi studi, a partire dal ’93, che in specie in collaborazione con un gruppo americano di ricerca sul “paranormale”, l’International Consciousness Research Laboratories (ICRL), Devereux intraprese una lunga serie di campagne di rilevazione visuale e strumentale di presunte EL.

Nel giugno di quell’anno fu nel New Jersey, dove però concluse che la cosiddetta “Hooker Light” era dovuta alla distorsione dei fari delle automobili in transito su una strada ad alcuni chilometri di distanza. Nel marzo ’94 conclusioni deludenti ebbe anche una spedizione a Marfa, nel Texas, sede di una delle più celebrate “luci fantasma”. Miraggi, luci di veicoli distanti ed altre cause convenzionali.

Raccolse però anche testimonianze da parte di osservatori del posto che lo lasciarono più perplesso.

Sulle Chisos Mountains, sempre in Texas, però, lui e quelli dell’ICRL videro una luce a loro avviso del tutto anomala nella stessa zona in cui un testimone gli aveva riferito di aver visto da vicino una sfera luminosa del diametro di 90 cm.

Assai più ambiziosa fu la spedizione effettuata nell’autunno 1995 nell’Australia occidentale. Nella regione di Kimberley, dove c’erano state segnalazioni interessanti nei due decenni precedenti, videro e filmarono delle luci insolite. Nella seconda occasione, in simultanea alla comparsa del fenomeno un magnetometro registrò delle amplissime anomalie del campo magnetico (sino ad 800 nanotesla alla lunghezza d’onda di 2 Hz), anomalie registrate da una sonda conficcata nel terreno ad una certa distanza dal punto d’osservazione, che si affievolirono e cessarono nel giro di cinque ore, in quella che per Devereux poteva essere una – forse casuale – coincidenza con le previsioni di Michael Persinger secondo le quali le EL si accompagnerebbero a variazioni del campo geomagnetico locale.

Seguì una missione congiunta Devereux-Strand, condotta insieme al fisico David Fryberger, del Centro dell’Acceleratore Lineare di Standford, in California, alla pendici del vulcano Popocatepetl, in Messico, presso il quale un’intensa attività geofisica sembrava accompagnarsi ad un notevole flusso di segnalazioni di presunti fenomeni aerei insoliti. Si ebbe un’osservazione visiva ed una forte lettura anomala (però non concomitante con l’avvistamento) da parte del magnetometro.

Un fatto interessante che fu riferito a Devereux nel corso di conversazioni avute nell’ultima decade di marzo 1994 ad Hessdalen con il fisico giapponese Yoshi-Hiko Ohtsuki, fu che costui gli rivelò non solo di essere stato ben quattro volte a Marfa, sede di una delle EL più celebri al mondo, ma addirittura che in un’occasione (intorno al 1992) aveva visto “sicuramente” una EL insieme alla sua squadra di collaboratori che si trovava sul posto per ricerche sul campo e che essa aveva cambiato forma da quella di un “bastone luminoso” ad una “palla di luce” posta a non più di novanta metri dagli osservatori.

Il fenomeno era stato filmato da diverse telecamere e rilevato da non meglio precisati “equipaggiamenti di misurazione elettronica”. La sua squadra avrebbe “monitorato” anche luci più distanti.

Il prof. Yoshi-Hiko Ohtsuki (n. 1936) insegna fisica all’Università di Waseda, in Giappone. E' uno degli studiosi più noti di fulmini globulari, ha almeno quindici pubblicazioni al suo attivo sull'argomento, ha raccolto più di 2000 osservazioni di presunti ball lightning del suo paese ed ha condotto parecchi esperimenti di laboratorio per riprodurre i fulmini globulari secondo vari modelli teorici.

In tempi più recenti è diventato uno degli studiosi di punta del fenomeno delle EQL (luci sismiche), ha collaborato con il Project Hessdalen norvegese ed ha tentato di studiare sul campo vari casi di presunte EL ripetitive.

Non risulta comunque che su questo episodio, se vero di notevole importanza, siano mai state pubblicate notizie più complete.

Negli ultimi anni, tuttavia, Devereux pare essersi di nuovo accostato in maniera esplicita a tendenze new age ed posizioni da “misticismo della terra” che difficilmente potrebbero contribuire ad avvicinare alle discipline scientifiche lo studio dei fenomeni su cui egli ha tanto contribuito ad attirare l’attenzione. E’ ben noto che nella cultura britannica certe correnti di pensiero sono ben radicate.
Ora, due caratteristiche del  fenomeno delle Earth Lights che secondo alcuni che se ne sono occupati sarebbe possibile considerare tipiche sono:

1) il fatto che le luminosità paiono funzionare ad intermittenza o come delle luci stroboscopiche, magari ad una frequenza tale da non essere percepibile se non da macchine fotografiche o dai radar;
2) il fatto che le EL in certe occasioni sembrano essere visibili solo in maniera unidirezionale, ossia magari soltanto ad osservatori posti da un lato di essa ma non a quelli posti sull’altro. Il gruppo americano Vestigia alla fine degli anni ’70, in seguito alle osservazioni sul campo fatte nel New Jersey giunse ad ipotizzare la presenza di vere e proprie emissioni in cui i singoli fotoni erano in qualche modo “calibrati” per angoli limitati[15].

Devereux ha provato a rispondere ad alcune obiezioni secondo le quali in realtà le EL, ammesso che esistano, non sarebbero in grado di spiegare parecchie delle caratteristiche che spesso i testimoni hanno riferito in questi decenni per i fenomeni aerei non identificati, intesi nel significato di "UFO in senso stretto.

Circa il fatto che non si capisce che cosa questi fenomeni luminosi possano avere a che fare con le osservazioni diurne di corpi volanti opachi, Devereux ha ribattuto che se le EL sono davvero dei plasmi, allora, non si capisce perché essi non possano di giorno avere un aspetto scintillante e “metallico”.

Lui stesso (e citava a tal proposito anche fenomeni visti dal responsabile del Progetto Hessdalen, Erling Strand) aveva inoltre constatato come corpi volanti neri visti di giorno dovessero a suo avviso avere capacità di assorbire i fotoni anziché di emetterli.

Sulle dimensioni, per Devereux le EL potrebbero raggiungere anche “alcuni metri”, e la sensazione di essere in presenza di corpi anche più grandi essere accresciuta dalla loro brillantezza.

I plasmi, poi, possono non solo essere radar-riflettenti, ma esserlo anche quando la loro temperatura è troppo bassa per emettere luce visibile.

Tuttavia, in particolare alla TST sono state avanzate numerose critiche circostanziate. Come già ricordato, il canadese Chris Rutkowski ha analizzato più volte la mediocre qualità dei dati impiegati da Michael Persinger per dedurre le tante correlazioni statistiche da lui presentate, nonché il fatto che i periodi e le aree geografiche prese in considerazione sarebbero troppo vaste per non riuscire a trovare qualcosa di significativo. Devereux, d’altro canto, intervenendo in questa occasione a sostegno di Persinger ha ricordato in modo opportuno che non si può ignorare la complessità delle variabili presenti in natura, da cui la estrema difficoltà a riprodurre i fenomeni di cui si asserisce l’esistenza. Insomma, per semplificare, Devereux scriveva che “non tutti i temporali producono fulmini globulari, e nemmeno tutti i terremoti producono luci sismiche”.

Tutto ciò pare sensato, ma non si vede come le argomentazioni addotte a favore di una tesi, per la loro natura “simmetrica” non possano anche essere utilizzate almeno come un forte richiamo ad una sospensione del giudizio.



Una bibliografia sulle Earth Lights ed una base di dati

Un gruppo di italiani aderenti al CISU e al Comitato Italiano per il Progetto Hessdalen (CIPH), e più esattamente Renzo Cabassi, Roberto Labanti, Edoardo Russo, Massimo Silvestri e Giuseppe Stilo nell’ottobre del 2006 hanno pubblicato un lavoro in inglese intitolato “L.T.P.A. An International Bibliography about some Atmospheric Luminous Transient Phenomena” , uscito come monografia dalla UPIAR di Torino.

I fenomeni presi in considerazione sono certo piuttosto eterogenei fra loro, ma ciò che li accomuna è l’approccio con cui questi appassionati intendono affrontare i problemi da essi posti.

Nella prima parte ci sono le voci relative alle Earth Lights, (in sigla EL) ai fuochi fatui (IF, dal latino ignes fatui) ed ai fuochi di Sant’Elmo (SEF, Saint Elmo’s Fires); nella seconda, quelle concernenti il fenomeno di Hessdalen (HP), mentre nella terza, suddivisa in sezioni, le fonti che si occupano delle luci sismiche (EQL, Earthquake Lights), di elettricità atmosferica, di precursori sismici in qualche modo ricollegabili a queste problematiche ed alla teoria della tensione tettonica di Michael Persinger (TST, Tectonic Strain Theory).

La bibliografia, il cui aggiornamento continua in modo costante, non è pensata soltanto come una compilazione esaustiva dell’elenco di quanto nei secoli è stato scritto su questi argomenti.

Le bibliografie specialistiche, per lo studioso dei fenomeni aerei non identificati (è bene ribadire che questa etichetta è usata solo da pochi studiosi, ad esempio da Giuseppe Stilo, che la preferisce quando occorre parlare degli “UFO in senso stretto”) sono in primo luogo degli strumenti operativi – uno dei primi e di quelli indispensabili – per orientare la ricerca e le indagini.

Senza la disponibilità ed una conoscenza approfondita di quanto è stato elaborato in passato, in specie nelle pubblicazioni scientifiche o perlomeno nella stampa rivolta ad un pubblico colto, è difficile orientarsi in ambiti così fragili e discutibili come quelli di cui s'interessa l'ufologo.

Stilo, coordinatore del Progetto Earth Lights del Centro Italiano Studi Ufologici intende dar vita ad un altro strumento di lavoro di auspicata utilità per lo studio dei fenomeni in discussione.

Si tratta di ELIA, sigla di Earth Lights International Archive, una base di dati gestita tramite il programma Excel che conterrà informazioni in inglese sulle località del mondo nelle quali sarebbero avvenute nel passato o avverrebbero tuttora avvistamenti ripetuti di fenomeni atmosferici (in genere) luminosi, in specie se a quote particolarmente basse, ed eventi ad essi connessi.

ELIA non sarà un catalogo direpeaters ufologici. In linea generale, infatti, in essa non è considerata causa sufficiente per l’inserimento l’attività di una persona che, ovunque vada, generi segnalazioni ufologiche.

La chiave d’accesso fondamentale alla base di dati è invece la localizzazione della fenomenologia, ossia il fatto che essa sussista in modo ragionevolmente indipendente nel tempo rispetto a questo o a quell’individuo. Il “numero” e la “frequenza” delle osservazioni necessarie all’inserimento rimangono un fattore critico, probabilmente da valutare di volta in volta sulla base delle fonti disponibili.

Gli obiettivi principali di ELIA sono:


1) facilitare ricerche di fonti bibliografiche di ogni genere volte a documentare meglio caratteristiche e notizie sulle presunte EL;

2) facilitare lo svolgimento di indagini sul campo relative agli avvistamenti;

3) fornire a studiosi e scienziati informazioni dettagliate relative a possibili località presso le quali mettere in opera campagne di rilevazione strumentale.


E’ stato inserito un gran numero di campi nei quali immettere i dati.

A parte quelli generali relativi all’indicazione la più esatta possibile delle località interessate complete di coordinate geografiche, ci saranno le date della prima e dell’ultima osservazione conosciuta ed i nomi con cui eventualmente il fenomeno è noto (cosa che avviene, spesso, come insegna la lunga storia delle “luci fantasma”). Un campo “periodicità” indicherà poi se un fenomeno si presenta di solito in inverno, o in un certo mese, o in certi orari, ecc.

Seguirà un campo contenente i dettagli fenomenologici, ossia una descrizione sintetica delle principali caratteristiche della EL, uno che segnala l’esistenza di riprese fotografiche, uno per i filmati ed uno che spieghi la presenza di rilevazioni strumentali di ogni tipo.

Altri campi serviranno per le spiegazioni convenzionali suggerite, con indicazioni della fonte che ha emesso l’ipotesi e dell’anno in cui ciò è stato fatto per la prima volta, ed altri ancora saranno necessari per elencare in ordine cronologico tutte le fonti delle informazioni su ogni singola entrata della base di dati.

ELIA non dovrebbe essere un elenco di dicerie, di letteratura ufologica, di “avvistamenti”, e che includerà soltanto quei luoghi che - sulla base di una serie di parametri ragionevoli – rispondono ai tre scopi dell'iniziativa sopra indicati.

Questi scopi non sono catalografici, sociologici o classificatori, anche se per forza di cose si deve partire da un corpo testimoniale, di letteratura e di racconti. ELIA non è dunque un “catalogo generale delle leggende sulle aree finestra ufologiche”, esaustivo e con dentro qualsiasi baggianata sia stata detta, ma uno strumento per un’auspicabile ricerca definita e con scopi enunciati con chiarezza.



Hessdalen

Insieme a campagne come quelle condotte da Paul Devereux a partire dal 1993 o a quelle più recenti del gruppo IEA, di cui si riferisce in altra sezione, l’importanza degli studi sui fenomeni norvegesi di Hessdalen sta nel fatto che essi hanno reso possibile il passaggio da una fase iniziale dello studio delle EL in cui prevalevano approcci statistici, teorici o storiografici, a quella in cui è diventato preminente lo studio strumentale.

Beninteso, parecchie cose interessanti erano state fatte prima degli anni ’90, ma il fatto cruciale è che le tecnologie impiegate, per quanto in una generale ristrettezza di mezzi, hanno mostrato la concreta fattibilità della raccolta e dell’analisi di parametri fisici, quantitativi, sulle EL e dunque l’opportunità di considerare con uno status almeno pari alla tradizionale raccolta delle testimonianze “casuali” ed improvvisate le osservazioni sistematiche di fenomeni aerei non identificati ripetitivi e localizzati.

Quanto cominciò ad essere segnalato alla fine di novembre 1981 dalla valle di Hessdalen, nella Norvegia centrale, a centodieci chilometri a sud-est della città di Trondheim ed a trenta a nord-ovest di Roros è ben noto.

I fenomeni luminosi (pare che avvistamenti in zona possano esser fatti risalire alla fine del XIX secolo), ma anche i corpi strutturati che erano segnalati a decine, oltre che da giornalisti vari furono studiati sin dal marzo 1982 da associazioni ufologiche come “UFO Sverige” e soprattutto “UFO Norge”, i cui componenti, oltre ad effettuare osservazioni dirette raccolsero dagli abitanti della zona (che erano non più di duecento) circa 44 testimonianze interessanti.

Fu solo nel giugno 1983, però, che alcuni appassionati, fra i quali Leif Havik, Odd-Gunnar Roed e l’ingegnere Erling Strand per “UFO Norge”, Haken Ekstrand per “UFO Sverige” e Jan Fjellender per la Società di Psicobiofisica crearono il “Project Hessdalen”, gruppo che intendeva studiare in maniera sistematica quegli eventi tanto ripetitivi e localizzati.

Grazie alla collaborazione di alcuni ricercatori delle Università di Oslo e di Bergen e del Dipartimento per la Ricerca sulla Difesa norvegese il progetto si assicurò una buona serie di strumentazioni per la rilevazione e la registrazione di una serie di parametri fisici.

E’ in questo modo che ebbe inizio la storia della ricerca strumentale ad Hessdalen.

Il 21 gennaio 1984 ebbe inizio una prima campagna di osservazione che si protrasse sino al 26 febbraio. Nel corso di quei trentasei giorni, da tre postazioni diverse, gli studiosi videro ad occhio nudo, fotografarono (un centinaio di volte, anche con lunghe esposizioni) e seguirono con le strumentazioni numerosissimi corpi luminosi. Cinquantatre casi furono considerati non identificati.

Alcune luci furono viste stazionare in mezzo alla valle sino a quasi due ore. Vi furono tre osservazioni visive in concomitanza di rilevazioni radar con segnali intensissimi. Nella maggior parte dei casi, però, il radar segnalava qualcosa che non era visibile allo sguardo e nemmeno alle pellicole fotografiche impiegate.

In otto o nove occasioni, quando il fascio di un laser He-Ne da 0,5 mW fu diretto contro i corpi luminosi, la conseguenza costante fu che la serie con cui la “luce” lampeggiava raddoppiò di frequenza e che questo mutamento cessò nello stesso momento in cui il laser era spento[16].

Una seconda campagna ebbe luogo dal 13 gennaio al 10 febbraio 1985, ma essa diede risultati deludenti. I fenomeni degni di attenzione registrati furono pochissimi e le pessime condizioni meteorologiche impedirono gran parte delle osservazioni sul campo.

Si deve anche notare che fra il 1982 ed il 1984 un gruppo norvegese d’orientamento scettico sui fenomeni insoliti, il NIVFO, condusse degli studi sul campo in seguito ai quali concluse che i fenomeni luminosi erano in parte dovuti a rifrazioni atmosferiche ma pure ad intense ionizzazione dell’aria.

In particolare, secondo il direttore di queste ricerche, Jan Krogh, il forte vento e la presenza di un forte gradiente elettrico atmosferico avrebbero favorito la comparsa dei corpi più insoliti sotto forma di plasmi dalla vita assai superiore al solito. Si noti che un corpo avvistato dal NIVFO il 4 settembre 1982 avrebbe fatto registrare al contempo un aumento sino a 100 volt/m della resistività dell’aria rispetto allo zero registrato prima della sua comparsa.

Il meccanismo che innescava i plasmi, ipotizzò il NIVFO, poteva essere una vecchia linea elettrica ad alto voltaggio che attraversa la valle.

Comunque sia, è evidente che nella prima fase della storia del fenomeno di Hessdalen, che potremmo collocare tra il 1981 ed il 1993, il picco delle osservazioni si ebbe fra l’82 e l’85. Nell’86 esse erano quasi cessate, con solo dieci avvistamenti in autunno. Il numero di avvistamenti si mantenne bassissimo sino a tutto il ’93.

La fase per così dire “contemporanea” della ricerca sui fenomeni di Hessdalen si ebbe a partire dal marzo del 1994.

In quel mese, ventotto studiosi di vari paesi si riunirono sul posto per il primo congresso scientifico sull’argomento. Furono presentati modelli assai contrastanti fra loro per spiegare gli eventi, dalla struttura frattale per i fulmini globulari, all’esistenza di campi elettromagnetici auto-limitanti, alla teoria delle onde elettromagnetiche stazionarie, a quella delle tensione tettonica, dei plasmi rotanti, e così via.

In qualche caso, come per il prof. Boris Smirnov, russo, e per il dr. David Fryberger, dello Stanford Linear Accelerator Center, non era da escludere che lo studio di questi fenomeni avrebbe condotto all’elaborazione di nuovi importanti idee di base nel campo della fisica.

Ed ancora: il fisico atmosferico cinese You-Sou Zou, che poi ha lavorato al Dipartimento di Meteorologia dell’Università dello Utah, analizzando certe foto delle luci di Hessdalen fatte negli anni ’80 ritenne di riconoscere in esse delle strutture elicoidali caratteristiche di un vortice di plasma in rotazione. Quelle strutture individuate da Zou a suo avviso erano la manifestazione di una fase di collassamento dei vortici plasmatici. Anche certi segnali radar registrati a Hessdalen, secondo il fisico cinese sarebbero una conferma alle sue ipotesi, nel senso che il loro comportamento starebbe ad indicare un tipo di emissione elettromagnetica (il “soliton”) tipico dei vortici di plasma[17]

Fu anche da questo momento che iniziò ad avere un ruolo importante un astrofisico italiano, il dr. Massimo Teodorani. Teodorani già nel ’95 avanzò una prima idea secondo la quale almeno alcuni dei tipi di fenomeni osservati ad Hessdalen, ed in specie quelli magnetici e radio, potessero essere legati all’attività solare (idea in seguito abbandonata).

Fu comunque dai rapporti di Teodorani con l’ambiente scientifico che acquistò interesse per Hessdalen un altro italiano, il dr. Stelio Montebugnoli, del radiotelescopio di Medicina, che si trova nei pressi di Bologna. Montebugnoli ed alcuni suoi collaboratori portarono agli studi su Hessdalen la loro competenza nel campo nel campo delle tecnologie per la rilevazione dei segnali elettromagnetici deboli, e fu da qui che iniziò l’utilizzo e la stessa “invenzione” di apparati tecnici in parte realizzati per l’occasione.

D’altro canto, in Norvegia, l’ing. Erling Strand, vero animatore del Project Hessdalen e il tecnico elettronico Bjørn Gitle Hauge lavoravano per conto loro allo sviluppo di sistemi per la rilevazione di segnali radio, radar, geomagnetici anomali e di videoregistrazione che potesse però “filtrare” le luci convenzionali, nonché un analizzatore di spettro che lavora nelle bande VHF ed UHF.

Sistemati in un apposito mini-container trasportabile, furono attivati in un punto dominante della valle nell’agosto 1998, da dove i dati erano trasmessi all’Università Østfold di Sarpsborg, dove lavora Strand. Chiamata comunemente “blue box” per il suo colore, il nome ufficiale dell’impianto è “Hessdalen AMS – Automatic Measuring Station”. Grazie all’attivazione automatica dei sensori, in questo modo sono state registrate molte decine di immagini di fenomeni non identificati.

Il lavoro sulla detezione dei segnali radio condusse Montebugnoli ed Hauge ad elaborare un’altra iniziativa, denominata EMBLA e che designa le missioni congiunte italo-norvegesi. A partire dal 2000, sotto il patrocinio dell’Istituto di Radioastronomia dell’Università di Bologna, furono condotte ben quattro missioni. In particolare, nel corso di quella del 2000 fu usato un complesso analizzatore di spettri radio per verificare se i fenomeni luminosi emettevano nella banda dell’idrogeno, ossia a 1,42 GHz.

L’altro sistema tecnologico di particolare rilevanza ad essere sviluppato alla fine degli anni ’90 fu la stazione ULFO, dovuto in specie a Montebugnoli ed ai suoi collaboratori. ULFO è la sigla di Ultra Low Frequency Observer, in grado di monitorare le frequenze da 100 a 20000 Hz.

Un cenno particolare, anche per i buoni successi registrati, occorre fare al sistema INSPIRE (Interactive NASA Space Physics Ionosphere Radio Experiments), che è stato usato più volte nelle campagne EMBLA ad Hessdalen per raccogliere ed analizzare dati relativi al campo elettrico ed a quello magnetico, rilevando segnali anomali con particolari caratteristiche. Nella campagna del 2000 furono anche osservati otticamente vari fenomeni luminosi atmosferici.

La difficoltà di interpretare in modo soddisfacente i segnali registrati contribuì a proseguire le campagne EMBLA dal 2001 al 2004.

Nel 2000, intanto, a Bologna era nato il “Comitato Italiano per il Progetto Hessdalen”, coordinato da Renzo Cabassi.

Non ci sono dubbi che una parte rilevante degli studi sui fenomeni di Hessdalen negli anni citati ci sia stata grazie all’opera del CIPH. In quel periodo furono condotte cinque missioni sul campo che coinvolsero astrofisici, fisici e ingegneri elettronici.

La peculiarità di questo sforzo sta forse nel fatto che esso ha ulteriormente contribuito ad attirare l’attenzione non solo sull’aspetto propriamente “visivo” dei fenomeni (che pure furono più volte visti, fotografati e filmati), ma pure su quelli delle possibili emissioni elettromagnetiche, delle anomalie geomagnetiche, spettroscopici. Gli aspetti tecnologici dello studio sul campo sono così stati messi a fuoco come mai nel passato. Le strategie d’impiego e le strumentazioni specifiche sono pensate dal CIPH non solo per Hessdalen ma, cosa ancora più rilevante, come potenzialmente disponibili per lo studio di altre zone in cui si manifestano le EL.

In questa campagna furono osservati almeno sei tipi diversi di fenomeni ottici: luci bianche a pulsazione irregolare; luci deboli con colore cangiante; lampi puntiformi; lampi diffusi; luci disposte a triangolo; piccole luci immobili a pochi metri dal suolo.

Visto che nel corso della campagna del 2000 non era stata individuata alcuna fonte per i radiosegnali anomali rilevati, per l’anno successivo si tentò qualcosa di assai più ambizioso.

L’ipotesi era che i fenomeni di Hessdalen fossero qualcosa che roteava in un campo ad alta energia in grado di auto-contenersi ma che non era otticamente visibile. L’emissione di energia nello spettro visibile sarebbe cominciata quando qualcosa disturbava questo campo autolimitato.

Visto che nel corso della prima campagna di osservazioni strumentali, quella del 1984, erano stati registrati parecchi segnali radar, si pensò di ricorrere a uno strumento del genere, ma accoppiato ad un analizzatore di spettro che potesse correlare meglio gli eventuali segnali radar alle caratteristiche spettrali di eventuali fenomeni luminosi ad essi legati.

La campagna diede risultati contraddittori. Il fenomeno sembrava elusivo, e sembrava troppo difficile legare le registrazioni strumentali delle varie apparecchiature all’oggetto dello studio. Si ebbero molte riprese video e fotografiche, ma i dati quantitativi tardavano a giungere.

Nel corso della campagna del 2002 si riuscì ad ovviare ai problemi di disturbo del radar dovuti alle frequenze su cui lavorava grazie ad un altro sviluppato da Montebugnoli e da un altro italiano, Jader Monari, e i dati rilevati apparvero più chiaramente collegabili ai fenomeni misteriosi.

Le campagne 2003 e 2004 perfezionarono strumentazioni e raccolta dati. Il 29 agosto 2003, poi, fu effettuata un’altra interessante ripresa di un fenomeno luminoso non identificato. Un altro fisico ed astronomo italiano, Romano Serra, osservò abbastanza da vicino un fenomeno simile ad un fuoco fatuo [18]. E' da notare che in questa occasione un gruppo di astrofili facente capo al gruppo "Columbia" di Ferrara rilevò parecchie volte sia otticamente sia tramite videocamere una serie di fenomeni che nella vicenda di Hessdalen sono noti come mini-flash, lampi di durata brevissima che sotto certi profili potrebbero considerarsi un'evidenza, forse sottovalutata per la sua estrema sfuggevolezza, della presenza di un fenomeno anomalo nella valle norvegese.
Nel 2004 Bjørn Hauge ha riassunto i risultati degli studi condotti a partire dal 1998 scrivendo che esse avevano chiuso il problema dell’esistenza del fenomeno.

A suo avviso esso era reale, si trattava di un qualcosa che volava e le cui caratteristiche lo renderebbero “unico”. Certo, nel corso delle missioni erano state realizzare interessanti riprese video e fotografiche. Tuttavia esso si era rivelato più elusivo di quanto non si pensasse, e forse esso era composto da parti più piccole che potrebbero staccarsi dal corpo principale, il quale peraltro forse sarebbe in grado di alimentarsi grazie ad plasmi frattali in qualche modo assorbiti dal terreno. Irradia energia, ma non c’è sicurezza circa le sue tracce elettromagnetiche. Ad ogni modo, le capacità e l’esperienza acquisite dalla cooperazione italo-norvegese erano davvero rilevanti, e facevano ben sperare per lo svolgimento di iniziative analoghe.

Per quanto riguarda le osservazioni “casuali” del fenomeno da parte degli abitanti della zona, dopo che nella prima metà degli anni ’90 la cifra era stabile intorno a venti, il Project Hessdalen ha potuto constatare che dal 2000 al 2004 il numero delle segnalazioni interessanti si è mantenuto più o meno costante (fra le 8 e le 24 per anno, ma il picco è in parte dovuto ad osservazioni ottiche nel corso di una campagna condotta dal CIPH italiano), anche se nel 2005 si è toccato probabilmente il minimo storico degli avvistamenti (solo tre).

Dopo la missione dei primi del 2004, tuttavia, le attività del Project Hessdalen (ed anche della sua controparte italiana, il CIPH) sembravano aver subito una notevole diminuzione. Parevano essere insorte difficoltà sia nel reperimento dei fondi sia – soprattutto – nella disponibilità di risorse umane, non ultimo presso l’Università Østfold, che ha visto alcuni suoi dipartimenti trasferirsi in posti più lontani dalla zona dei fenomeni ed i ricercatori più impegnati volgersi, forse temporaneamente, verso altri impegni di lavoro più convenzionali. Problemi per certi versi analoghi erano quelli presenti in Italia.

Tuttavia, importanti segni di ripresa si sono avuti proprio nel 2007. In primavera ed in estate, finalmente, ricercatori italiani sono tornati per rimettere a punto stazioni radar e per la raccolta dei segnali elettromagnetici a bassissima frequenza.

Il 20 settembre 2007, durante un campo per studenti organizzato da Bjørn Gitle Hauge, della facoltà di Ingegneria, dell’Østfold College, in coincidenza con la presenza in zona degli astrofisica Stelio Montebugnoli e Jader Monari impegnati alle prese nelle manutenzioni sopra citate, durante una serie di osservazioni, alle 21.58 dalla postazione di monte Rogne è stato fotografato e ripreso pure con filtro spettrografico, un fenomeno luminoso in atmosfera a quanto pare di grande interesse. L'immagine, con esposizione di 30 secondi, è ora all'esame dei ricercatori norvegesi.

Nel 2006 il CIPH ha tenuto a Bologna un workshop scientifico internazionale che ha nell’autunno 2007 ha visto la pubblicazione degli Atti raccolti un volume e che ha spaziato su vari tipi di fenomeni luminosi in atmosfera[19].

Soprattutto, alla fine del 2006 nei pressi di Bologna ha iniziato le sue sperimentazioni la stazione SOSO (Smart Optical Sensors Observatory), un ambizioso sistema automatico di rilevamento, completamente remotizzata, di fenomeni luminosi da registrare e possibilmente da misurare nei dettagli di posizionamento, direzionali ed anche spettrometrici e che fosse poi in grado, in un secondo momento, di collegarsi ad altre strumentazioni nel campo del non-ottico (ad esempio nel campo radio VLF ed ULF nella ricezione radar e così via).

La sperimentazione è in corso con risultati già degni di attenzione. Presto dovrebbero essere installati strumenti per la registrazione spettrografica, rilevatori di elettricità atmosferica e di attività di fulmini.


Altri tentativi recenti

Un ruolo del tutto singolare ha svolto nel campo di queste indagini l’astrofisico italiano Massimo Teodorani. Dapprima strettamente associato al CIPH, da cui poi si è distaccato a causa di una serie di discussioni con altri ricercatori su alcuni esiti della missione a Hessdalen dell’agosto 2002 e poi dell’interpretazione di altri dati, Teodorani è in ogni modo uno fra coloro che in questi ultimi anni stanno svolgendo il maggior numero di indagini strumentali sul campo.
Nel 2003 Teodorani ha raccolto in un libro pubblicato in Italia ed intitolato “Fenomeni luminosi”, a volte aggiornandoli, una parte dei suoi scritti sull’argomento usciti dal 1994. Fra tutti, ricordo uno dei più recenti, un ambizioso progetto denominato “Orbwatch” elaborato insieme alla canadese Jennifer Jarvis (che pure ha un atteggiamento new age e ben disposti verso alcuni problemi) per un monitoraggio strumentale di alcuni punti delle sponde meridionali del lago Ontario presso le quali in modo organizzato dal 1997 ma in ogni modo da alcuni decenni sono raccolte testimonianze relative a presunte “luci” ricorrenti notturne.

Una fase a breve termine prevedeva rilevazioni spettroradiometriche, fotografia digitale ad alta risoluzione, monitoraggio telescopico e CCD, sensori ad infrarosso FLIR, ecc., ed un a lungo termine uso di radar, di telemetria laser, magnetometria vettoriale, spettrometria nelle basse frequenze e nelle microonde, segnalazioni laser e così via.
Il piano era stato indirizzato al Rocky Mountain Research Institute, un’organizzazione no profit del Colorado che si occupa fra l’altro di ricerche su fonti energetiche alternative e di sviluppo eco-compatibile. Ignoro se l’iniziativa abbia avuto un seguito, ma non c’è dubbio che il progetto abbia indicato buona parte di quello che si potrebbe fare – se ci fossero risorse umane ed economiche, anche se si può non essere d’accordo con tutta la fiducia che il gruppo canadese ripone nelle testimonianze osservative, fotografiche e filmate finora raccolte.
Un’altra esperienza di notevole interesse che Teodorani ha presentato in un saggio pubblicato solo nel 2005 ma in cui descrive la missione da lui condotta insieme al norvegese Erling Strand ed alla geofisica americana Marsha Adams nel deserto dell’Arizona nell’aprile di due anni prima.

Lo scopo era di verificare il funzionamento concreto di una piccola squadra addestrata in modo specifico a missioni di raccolta dati in zone nelle quali si ritiene siano visibili delle EL. Tutti e tre i partecipanti erano in grado di usare al meglio ciò che avevano: magnetometri, ricevitori di segnali a bassissime frequenze, rilevatori di radioattività, stazioni meteo ed apparati vari per spettroscopia, fotografia e riprese video.

In quell’occasione furono acquisiti parecchi dati ottici, poi analizzati da Teodorani. Le “luci” furono classificate in tre gruppi: quelle dovute a cause convenzionali, quelle non meglio identificate e – soprattutto quelle ritenute con molta probabilità dei “casi anomali”.

Dei quattordici casi documentati con immagini, due, ripresi il 3 ed il 6 aprile 2003 sono risultati anomali, e soprattutto il secondo parrebbe presentare particolare interesse: si tratta di un gruppo di tre luci a quanto pare indipendenti l’una dall’altra, basse sull’orizzonte.

Invece, una serie di analisi su degli spettri a bassa risoluzione diede risultati meno insoliti: quasi tutti erano dovuti con chiarezza a fonti di luce artificiale e del tutto comuni.

Peraltro, negli ultimi tempi Teodorani pare avere assunto una posizione di maggior distacco sulla rilevanza dei fenomeni di Hessdalen, concludendo che vi sarebbero località in cui si manifesterebbero eventi di interesse assai maggiore.

Ad ogni modo, se almeno in parte si presta ascolto a quanto ottenuto in varie parti del mondo negli ultimi undici anni, fenomeni complessi, elusivi e contraddittori, ma che si può pensare di affrontare con le tecnologie e con i metodi oggi a disposizione, senza eccessi di fiducia ma nemmeno senza opporre barriere preconcette nei confronti dei tentativi di documentare di proposito e cercando in maniera esplicita quello che accadrebbe in cielo.

In Italia negli ultimi anni si sono succeduti vari tentativi, di portata diversa, di dedicarsi a rilevazioni strumentali di aree ritenute ad incidenza di fenomeni aerei non identificati.

Dal 1999, ad esempio, il MIR, un gruppo di appassionati della regione delle Marche, che si trova nella parte centrale della costa Adriatica, raccoglie testimonianze del genere provenienti dalla zona dei monti Sibillini, ed a questi presunti casi si è interessato anche Massimo Teodorani.

Dal 2000 un astrofilo di Rimini, Gianfranco Lollino, ha dato il via al “Cross Project”, un’iniziativa volta a raccogliere testimonianze e ad installare una stazione di rilevazione automatica per acquisire dati circa “luci” che sarebbero anch’esse visibili spesso lungo la costa adriatica compresa fra le regioni Marche ed Emilia-Romagna.

Forse una delle iniziative più interessanti è quella che nell’estate del 2001, in seguito ad una serie di avvistamenti che attirarono l’attenzione dell’opinione pubblica, ebbe per teatro Sassalbo, un piccolo paesino sui monti della provincia di Massa, in Toscana, non lontano dalle coste del mar Tirreno. Mentre le segnalazioni si ripetevano, un gruppo di appassionati indipendenti o affiliati a diverse associazioni ufologiche, insieme ad alcuni geologi crearono il “Progetto Sassalbo”, che effettuò una lunga serie di spedizioni osservative e raccolse numerose testimonianze di fenomeni soprattutto luminosi, riscontrando delle possibili similitudini con alcuni aspetti della fenomenologia di Hessdalen.
Purtroppo, malgrado diversi tentativi di realizzare due stazioni automatiche di monitoraggio da impiantare sulle alture della zona, dal 2004 l’attività del gruppo, piuttosto promettente sotto vari profili, sembra essere assai diminuita e da alcuni anni non si hanno particolari segnali di vitalità di esso.

Di una definitiva uscita di scena si deve invece parlare a proposito di un’associazione di studiosi turchi di orientamento scientifico, il TUVPO (“Turkey UFO & Paranormal Events”), che si è dissolto con la scomparsa, nel 2003, del suo animatore.

Partendo dalla TST di Persinger nella versione della teoria piezoelettrica, nel 1999 i turchi avviarono il Progetto ALP (Anomalous Luminous Phenomena), i cui scopi erano di verificare che certi fenomeni osservati nel loro paese prima di alcuni sismi (ad esempio, prima ed in occasione di quello devastante di Izmit dell’agosto di quell’anno) erano dovuti alle scosse, ed addirittura verificare la possibilità di usare queste segnalazioni come sistema d’allarme antisismico! Secondo il TUVPO, molte osservazioni giungevano dalla zona di Adiyaman perché essa si trova ai bordi di una placca di scorrimento.

Per questo, gli studiosi turchi cercavano in particolare di trovare testimonianze fotografiche e filmate delle “luci”, che sembravano avere vita media maggiore in prossimità delle faglie, e ritenevano di poter formulare sulle loro quote, dimensioni, temperatura dei gas, ecc.

Ci sono però pochi dubbi sul fatto che negli ultimi anni un ruolo di ben maggiore importanza sia stato assunto da un piccolo gruppo di ricercatori che si raggruppano nell’ International Earthlight Alliance (IEA), diretto dalla studiosa americana di geofisica Marsha Hancock Adams.

Dopo lunghi anni di interesse per i possibili precursori sismici, la Hancock ha sviluppato un interesse crescente per le EL, finché nel 2002, dall’incontro con l’ingegnere Erling Strand, che dirige il Project Hessdalen, è sorto l’IEA.

Il gruppo si è subito caratterizzato per una lunga serie di missioni sul campo in località note per la comparsa di presunte EL.
Non c’è dubbio che l’IEA sia all’avanguardia nelle campagne di rilevazione strumentale. Dal marzo 2002 sono state effettuate campagne in molte parti degli Stati Uniti, oltre che in Norvegia ed in Canada. Gli scopi sono molteplici: oltre alla raccolta di segnalazioni da parte dei testimoni locali ed al controllo ottico e fotografico delle località, molto è stato fatto per la misurazione di parametri geofisici, geomagnetici, elettromagnetici, nel campo delle radiazioni e della spettroscopia per lo sviluppo di sistemi di acquisizione dati con stazioni portatili, per la triangolazione delle rilevazioni ottiche dei fenomeni ed anche per l’analisi di segnalazioni provenienti da aree vulcaniche.

Potete trovare il sito Internet dell’International Earthlight Alliance qui.




Due esempi di Earth Lights

  • Corsica: il “feu de Busso” - Busso è un paesino nella municipalità di Bocognano, nel dipartimento della Corsica del sud. Almeno dai primi anni del XIX secolo sino a quelli immediatamente precedenti la Prima Guerra Mondiale, una tipica EL denominata le feu de Busso fu osservata da moltissimi abitanti e da varie persone di cultura che se ne interessarono. La si vedeva in specie su un campo dal terreno ciottoloso che allora si trovava a un chilometro e mezzo circa dal paese.

Intorno al 1911-1912, il metapsichista Edmond Duchatel, un certo Livelli, ingegnere ferroviario che lavorava alla ferrovia Ajaccio – Bastia ed un medico, il dott. Lautier, dirigente dell’ospedale Saint’André di Bordeaux, raccolsero dati e testimonianze sul fenomeno.

Secondo molti osservatori (qualcuno l’aveva vista centinaia di volte, nella vita), la EL aveva l’aspetto di “una grande lanterna” o una “stretta lingua” dalla luce bluastra o bianco-bluastra, a volte visibile per tutta la notte e più sovente quando il cielo era coperto. La “lanterna” fu vista anche roteare su se stessa in senso orario a poca distanza dal suolo. Non risentiva in alcun modo dell’azione del vento.

Il dott. Lautier scrisse che la luce spariva e ricompariva senza seguire uno schema preciso nel corso delle serate ma che cessava di essere visibile ogni volta che la Luna faceva la sua comparsa sopra la cintura di monti che circonda Bocognano.Lui stesso, che ne fu testimone, effettuò delle misurazioni nei punti esatti in cui la luce era visibile con l’ausilio di fuochi di Bengala posti alle estremità della zona, che gli permisero di descriverne con cura il percorso ed i punti usuali di apparizione.

Un fatto assai particolare ma ricorrente nelle osservazioni di EL è che il fenomeno spariva alla vista degli osservatori che tentavano di avvicinarsi ma restava visibile per coloro che si mantenevano a 1500-1800 metri da esso. Lo si poteva scorgere pure dalla strada nazionale che attraversa Bocognano.

Secondo la leggenda, la luce non sarebbe stata altro che l’anima del conte di Busso, che dopo aver ucciso il suo cappellano a pugnalate in un accesso d’ira, vagava inquieta sulle alture che circondano Bocognano[20].



  • Liguria, Italia: una “luce fantasma” del 1627 - A Sanremo, in provincia di Imperia, a poche centinaia di metri dal teatro “Ariston”, dove si svolge il celebre festivale, nel 1578 fu fondato il convento dei frati cappuccini. Oggi esso non è più lì, è stato demolito e l’intera zona è occupata da costruzioni moderne.

Ebbene, è stata reperita una notevole quantità di documenti manoscritti provenienti da archivi ecclesiastici che descrivono le indagini condotte dalle autorità religiose della diocesi di Albenga, da cui dipendeva quel convento, circa una lunghissima serie di osservazioni di potenti “lumi” fatte da tantissime persone – forse migliaia – da giugno ad ottobre del 1627 e che avevano per teatro proprio il terreno che circondava l’edificio ed il tetto della stessa chiesa.
Le notizie sulle indagini furono trasmesse alla congregazione dei vescovi, a Roma, e da lì sino al papa Urbano VIII, che ordinò di scrivere al vescovo di Albenga perché si raccogliessero tutte le informazioni al riguardo.

Gli accertamenti condotti dall’autorità vescovile di Albenga sono sorprendenti non solo per i dati raccolti ma anche per la modernità e la laicità dei metodi impiegati.

Fu infatti predisposto un questionario standard contenente tredici domande alle quali tutti gli osservatori convocati dovevano rispondere. Le domande comprendevano: data d’inizio dei fenomeni; se essi fossero comparsi solo di notte o anche di giorno; a che ora cominciavano, e se apparivano in orari diversi; a che ora terminavano, e se terminavano in orari diversi; forma e dimensioni dei “lumi”; come procedevano e se si vedevano solo fuori dalla chiesa o anche dentro di essa; il punto esatto di inizio delle apparizioni; se procedevano come in una processione e se si vedeva qualcuno che li portava, come delle torce, e in che direzione andassero intorno alla chiesa; se si estinguevano in un punto diverso da quello in cui era iniziato il fenomeno, e con quali modalità; se oltre i lumi si vedevano altri “splendori”; se si sentivano voci, o canti, che accompagnavano i “lumi” ed infine, se le apparizioni erano costanti oppure se in certi periodi erano scomparse.
Gli atti processuali contengono le deposizioni di ventisette testimoni oculari. Fra questi c’erano medici, giuristi, preti.
Risultò che le EL comparivano sempre al buio, e che avevano un aspetto simile a “grandi torce” o a “un piccolo Sole” oppure “ovale” o “sfera di fuoco”. Molti avevano comunque luminosità assai intensa, al punto da illuminare la chiesa e i dintorni, altri erano molto piccoli. Qualcuno vi vide nel centro come un “ovetto” di luminosità più intensa della fiamma: un altro particolare che ricorre spesso nelle osservazioni delle EL (ed anche di fulmini globulari). Quasi sempre erano in gruppo anche piuttosto folto. Potevano durare anche diverse ore di seguito e spesso si posizionavano sopra il tetto della chiesa, o vi giravano intorno, oppure salivano sino alle finestre del tempio. Qualcuno li vide anche da lontano. Sono modalità fenomenologiche che ricordano molto quelle delle famose manifestazioni luminose che si ebbero fra il 1968 e nel 1970 sopra e vicino la chiesa copta del quartiere di Zeitoun, al Cairo, e che il neurofisiologo Michael Persinger ha cercato di accostare alla sua teoria della TST.

Un altro fatto di particolare interesse è che le autorità della diocesi di Albenga predisposero un primitivo esperimento di psicologia della percezione per verificare la qualità delle testimonianze raccolte.

Ad insaputa degli abitanti della zona fecero porre delle torce in vari punti intorno alla chiesa ma tutti, dopo averle viste, dichiararono che quelli erano fuochi “naturali”, dalle caratteristiche assai diverse da quelle dei “lumi” misteriosi che vedevano.
Per quanto ne sappiamo l’indagine non giunse a nessuna conclusione. Si noti che nelle carte a nostra disposizione, a parte i sentimenti religiosi inevitabilmente espressi dalla maggior parte di coloro che avevano scorto il fenomeno, si nota già aleggiare uno spirito analitico, proto-scientifico, che indica quanto nelle classi colte, anche in certi segmenti del mondo ecclesiastico, si fosse intenzionati a separare il “naturale” dal “soprannaturale” e ad indagare con strumenti specifici quanto stava accadendo nella cittadina ligure[21].
La complessa serie di documenti sui fenomeni di San Remo merita senz’altro un’analisi dettagliata a parte.

Fonti e note

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